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Kawkab-al-janub كوكب الجنوب

Stella del Sud vi da il benvenuto
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October 30

صوت للذين لا صوت لهم voce a chi non ne ha

Quei tagli alla ricerca distruggono il futuro
Giorgio Parisi

La legge 133, presentata a giugno e approvata in agosto, nella quasi totale indifferenza, prevede due disposizioni estremamente pesanti per l'università e la ricerca: la riduzione del 10% della pianta organica degli enti di ricerca e il quasi totale blocco delle assunzioni nelle università per i prossimi anni (un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti), con la contemporanea diminuzione dei finanziamenti. Sono provvedimenti terribilmente preoccupanti. L'Italia è attualmente il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda le attività di ricerca e sviluppo. La percentuale di queste attività, rispetto al Pil, è di poco più dell'1%, di fronte a una media europea del 2% abbondante.
Lo scarso impegno dell'Italia in questo settore è ancora più grave se paragonato a quello decisamente superiore dei paesi asiatici emergenti, in particolare della Cina. Questo paese è spesso visto come un pericolo in quanto produce beni di largo consumo a basso costo, facendo concorrenza all'industria italiana; attualmente questo non è vero in quanto la nostra industria tende a coprire un settore di qualità più elevata. Tuttavia, se gli attuali rapporti di investimento rimarranno costanti nei prossimi anni, possiamo tranquillamente prevedere un sorpasso da parte della Cina anche nei settori tecnologicamente avanzati, lasciando ben poco spazio anche alle attività industriali di punta.
Né ha senso argomentare che bisogna ridurre queste spese a causa della crisi economica. Al contrario proprio la crisi richiede un maggior intervento dello Stato, ed è ben noto che gli investimenti in ricerca e sviluppo sono i più efficaci. Non solo il governo si muove nella direzione sbagliata, ma quello che è peggio, effettua tagli indiscriminati, indipendentemente dalle reali necessità degli enti di ricerca e delle università. Tagliare tutto un comparto con una stessa proporzione per ciascuna delle sue componenti è il contrario di governare, è irresponsabile incapacità di fare delle scelte. Questo comportamento dei nostri governanti mi ricorda in maniera irresistibile quello stigmatizzato da un personaggio del fumetto Dilbert su Linus: «un taglio del 10% del budget di un progetto, è la classica percentuale che si spara anche senza aver pensato ai termini del problema, partendo dall'assunzione che tutto può essere tagliato del 10% senza peggiorare il risultato finale».
In realtà invece questi tagli indiscriminati peggiorano gravemente la situazione in quanto impediscono alle nuove generazioni di rimpiazzare coloro che andranno in pensione per i prossimi anni, provocando un perdita netta per il paese e un danno ingiusto nei confronti dei giovani ricercatori. Non mi preoccupo per i pochi «fuori classe», i ricercatori di bravura eccezionale: un posto lo trovano sempre, e riusciranno a fare carriera anche in Italia, a meno che non decidano di accettare le offerte più invoglianti di prestigiose istituzioni estere. Mi preoccupano le migliaia di studiosi decisamente migliori della media, che speravano di trovare una sistemazione in Italia degna del loro valore. Ma il governo ha distrutto il giorno della loro assunzione, e se vorranno continuare a fare il loro mestiere, dovranno per forza emigrare.
Questi provvedimenti quindi, oltre a essere antieconomici, sono chiaramente in contrasto con il dettato della nostra bella Costituzione, che affronta ripetutamente il tema della ricerca scientifica. Tutti conoscono l'articolo 33: «L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento»: la scienza è accostata all'arte e ne viene proclamata la libertà. Meno noto è forse l'articolo 9, che appartiene al primo blocco di 13 articoli, che elencano i principi fondamentali. Quest'articolo afferma che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». La ricerca scientifica è vista qui come un bene primario, da perseguire per il suo interesse culturale, e non per le sue ricadute economiche; anzi, tra i principi fondamentali non è detto che la Repubblica ha il compito di promuovere lo sviluppo economico. Per finire vorrei ricordare l'articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Lo Stato ha quindi il dovere di permettere ai cittadini dotati di talento per la ricerca di svolgere quest'attività in base alle loro capacità.
Io sono fermamente convinto che la reale democrazia di un sistema politico si misura in base alle opportunità concrete che esso è in grado di offrire ai suoi cittadini, e alla possibilità che a ciascuno sia consentito di confrontarsi con tali opportunità. Bisogna assolutamente evitare che nelle carriere accademiche e di ricerca ci siano generazioni fortemente svantaggiate a causa di scelte arbitrarie. Con i provvedimenti della legge 133 i giovani talenti nati trenta-quaranta anni fa hanno sbarrata la possibilità d'accesso alla ricerca e alla carriera universitaria, benché siano capacissimi di dare importanti contributi innovativi. In questo modo si lede in modo insanabile il principio di eguaglianza e il diritto che tutti i giovani devono avere, a prescindere dalla loro fortuita data di nascita, di realizzare le loro scelte, se queste sono commensurabili alle loro capacità. Assumere nuovi ricercatori in base al merito, mediante giusti concorsi, utilizzando con la massima urgenza le risorse a disposizione e trovandone di nuove, è una necessità vitale per garantire il futuro del nostro paese in un mondo che deve affrontare gravi emergenze planetarie, ma è anche un obbligo costituzionale, se vogliamo che la nostra Legge fondamentale non rimanga lettera morta.
Il direttore della Scuola Normale Superiore, Salvatore Settis, scriveva recentemente che un paese che costringe i suoi giovani talenti a emigrare distrugge il proprio futuro. Gli studenti hanno capito molto bene che questa è la posta in gioco e sono scesi in piazza, hanno occupato le università, hanno organizzato lezioni nelle pubbliche piazze. Difendono il loro futuro, e i docenti non possono che essere con loro.
* Fisico teorico, professore e membro della National Academy of Sciences
 
il manifesto 28/10/08
October 08

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vignetta
 
il manifesto, 08/10/08
 
September 16

Talking about YouTube - Who is Silvio Berlusconi $P01$

 

Questa è la prima parte di un documentario americano sul nostro presidente megagalattico... una bella storia italiana sull'intreccio fra soldi, tv e politica, buona visione! per guardare le altre 5 parti (ognuna dura in media 9 minuti) cliccate sui link seguenti:

parte 02 - http://www.youtube.com/watch?v=x98YSAGN0Uc&feature=related

parte 03 - http://www.youtube.com/watch?v=FxJe2MOVLH0&feature=related

parte 04 - http://www.youtube.com/watch?v=CtKNGj3OFz0&feature=related

parte 05 - http://www.youtube.com/watch?v=Aq9oInRLamI&feature=related

parte 06 - http://www.youtube.com/watch?v=usewdfw-FaU&feature=related


  

September 12

dall'Egitto: la star della canzone e il politico

PASSIONI CRIMINALI LA STAR DELLA CANZONE E IL POLITICO
Rischia la pena di morte Hisham Talaat, il ricco egiziano, mandante dell'assassinio della bella cantante libanese Suzanne Tamim, colpevole di averlo rifiutato. L'arresto del magnate dell'industria mette a nudo il rapporto tra il partito al potere in Egitto e i businessmen
Giuliana Sgrena

È una storia di divismo, potere, politica, sesso, intrighi, vendette, tutti ingredienti degni di una soap opera, se non fosse che l'assassinio della cantante libanese Suzanne Tamim è avvenuto davvero, il suo corpo è stato ritrovato il 28 luglio 2008. E, con l'inizio del mese di Ramadan, anche la cattura del mandante dell'omicidio, l'egiziano Hisham Talaat Mustafa, finora più conosciuto per la sua ricchezza plurimiliardaria e per l'impegno politico a fianco dei Mubarak che per attività illecite. Hisham Talaat Mustafa ora rischia la pena di morte o l'ergastolo insieme all'esecutore dell'assassinio, Mohsen al Sukkary, già uomo della sua sicurezza. Per una volta l'impunità garantita ai potenti egiziani non sembra aver funzionato.

La vittima
Ma partiamo dall'inizio. Con i protagonisti della storia. Lei, trent'anni, una donna bellissima, tanto da non sembrare vera, attrice e cantante - la sua voce, si dice, era adatta sia alle canzoni pop che alle melodie classiche - era diventata famosa in tutto il mondo arabo dopo aver vinto nel 1996 il premio più ambito dello Studio libanese al Fan. Nel 2002 il suo ultimo album era stato pubblicato da una delle maggiori case discografiche, la Alam El Phan. E nel 2006 aveva dedicato la sua canzone Lovers alla memoria del primo ministro libanese, Rafiq Hariri, assassinato nel 2005. La sua carriera aveva subito alti e bassi legati anche alla sua vita privata e sentimentale. Dopo aver occupato i media con il suo divorzio dal primo marito, Ali Muzannar, si era sposata con Adel Matoub, impresario e producer libanese. Ma anche questo matrimonio era fallito di fronte alle pretese del marito di farle lasciare la scena e la canzone, per diventare una donna di casa. Suzanne era sempre stata una donna indipendente fin dai tempi in cui si era ribellata alle imposizioni del padre. E' per liberarsi di questo secondo marito e delle sue richieste e denunce finite anche in tribunale che l'artista aveva deciso di trasferirsi al Cairo. Deve essere avvenuto in quel periodo l'incontro e la relazione con il magnate egiziano, Hisham Talaat Mustafa. Si è trattato tuttavia di una relazione clandestina perché il potente e ricco imprenditore era sposato. Lei allora aveva deciso di lasciarlo e fuggire a Londra senza tener conto della reazione del potente Hisham che non accettava di essere lasciato e ha cominciato a minacciarla di morte. Promesse e minacce: prima aveva cercato di comprarla (sposami per 50 milioni di dollari), poi la minaccia: mi basta un milione di dollari per farti uccidere. A Londra, due anni fa, da Harrods Suzanne incontra Riyadh Alazzawi, iracheno, campione mondiale di pugilato nel 2004, che si offre di proteggerla. E chi meglio di lui potrebbe farlo? E la protezione sfocerà in un matrimonio, celebrato diciotto mesi fa. Ma le minacce si fanno insistenti e il marito iracheno di Suzanne, a sua volta minacciato, ha riferito, proprio in questi giorni, che inutilmente avevano chiesto la protezione degli agenti di sicurezza britannica. Perché a Londra, nel frattempo, era arrivato il killer incaricato da Hisham Talaat Mustafa di uccidere la donna che aveva osato respingerlo. Il killer fallisce il mandato a Londra e allora segue l'attrice a Dubai, dove possiede un lussuoso appartamento al 22.mo piano nella Jumeirah beach residence towers, regalatogli dall'ex amante che possiede, anche lui, un appartamento nella stessa torre che si

Il killer
Qui entra in scena il killer: Mohsen al Sukkary, ex-poliziotto e agente di sicurezza all'hotel Four seasons di Sharm el Sheikh di proprietà, guarda caso, di Hisham Talaat Mustafa. Al body guard il suo datore di lavoro offre 2 milioni di dollari per uccidere l'attrice e gli fornisce tutte le facilities (documenti, visti, biglietti, etc.) per realizzare il suo criminale obiettivo. Che si realizza a Dubai, il 28 luglio. La mattina, Mohsen riesce a entrare nell'appartamento della donna mostrando al video-citofono una tessera di identificazione della società che aveva venduto l'appartamento. Entrato, l'uomo ha accoltellato ripetutamente la cantante, lasciandole una ferita profonda nella gola (voleva forse confondere le carte simulando un attacco integralista?) e sfigurandole il volto. «In dodici minuti il killer è entrato nell'edificio, ha ucciso la donna ed è fuggito», ha riferito il generale Khamis Mattar al Mazeina della polizia di Dubai, in una conferenza stampa. In effetti l'operazione è stata veloce, un'ora e mezzo dopo l'assassinio Mohsen al Sukkary era già su un aereo diretto al Cairo. Ma la sua immagine era stata registrata dalla videocamera del residence e i vestiti sporchi di sangue buttati in un cassonetto hanno fornito la prova del Dna. Al Sukkary è stato arrestato il 6 agosto in Egitto con una operazione dell'Interpol. L'assassinio ha fortemente imbarazzato l'emirato di Dubai impegnato a dare una nuova immagine di se stesso, non più come angolo isolato del Golfo ma come attrazione turistica. E per farlo aveva anche lanciato una campagna anti-corruzione che un assassinio come quello della famosa Suzanne Tamim poteva contribuire ad offuscare.

Il mandante
Forse anche per questo la polizia di Dubai non si è accontentata dell'arresto dell'esecutore dell'atroce assassinio, anzi, preso al Sukkary ha cominciato a perseguire l'arresto del mandante, già individuato in Hisham Talaat Mustafa, in base a intercettazioni telefoniche tra mandante e killer. Conversazioni molto esplicite, riportate anche dal giornale egiziano indipendente al Masri al Yaoum . In una di queste telefonate Mustafa dice: «i soldi concordati sono pronti» e «domani lei è a Londra e devi agire». In un'altra registrazione al Sukkary spiega di aver fallito il bersaglio a Londra e «aspettiamo di farlo a Dubai». Ma Mustafa indispettito lo aggredisce e poi taglia corto: «Ok, facciamola finita». Deve essere stata la certezza dell'assoluta impunità, piuttosto che l'ossessione di una donna, a far agire in modo così sprovveduto un uomo d'affari a capo di un simile impero economico. Messo a repentaglio per un rifiuto, in un mondo in cui non è ammesso che una donna possa scegliere autonomamente cosa fare e con chi stare e persino permettersi di rifiutare un potente. In tutta la vicenda la cosa più sorprendente per gli osservatori è la rapidità - una settimana - con cui è stata tolta l'immunità parlamentare a Hisham Talaat Mustafa permettendone gli arresti. Dopo che in agosto le autorità avevano cercato di impedire che la notizia dell'implicazione del magnate dell'industria ed esponente politico di punta fosse diffusa dai giornali egiziani - il giornale al Dusturi era stato sequestrato per presunta violazione della privacy -, riproducendo un clichè di censura che sembrava che il regime egiziano stesse cercando di superare. La censura sui giornali egiziani però non aveva impedito alla notizia di circolare attraverso Internet e la stampa del Golfo, oltre che quella araba stampata a Londra. Anche perché la sorte di Hisham Talaat Mustafa difficilmente potrà rimanere un fatto isolato. Perché? Innanzitutto l'impatto economico. Hisham Talaat era a capo di un impero economico, la più impotante società immobiliare egiziana con rilevanza mondiale. Del resto era stata l'attività edilizia del padre ad Alessandria a iniziare la costruzione di una fortuna che i Talaat avrebbero ereditato. Gli affari di Talaat erano favoriti o, meglio strettamente intrecciati, con la sua attività politica e la frequentazione della famiglia Mubarak. Questo gli garantiva praticamente il monopolio nell'accaparramento degli appalti pubblici, delle costruzioni di resort nei luoghi turistici più ambiti e anche, più recentemente, nell'edificazione delle nuove città satellite del Cairo (al Rabwa) e di Alessandria (San Stefano Grand Plaza). Ma è Medinaty il più faraonico dei suoi progetti, che prevede la costruzione di una vera e propria città nel deserto del Cairo con infrastrutture annesse. In seguito al suo arresto, avvenuto il 2 settembre, Hisham Talaat ha dovuto passare la direzione dell'impero economico al fratello Tarek. Pochi giorni prima dell'arresto la televisione di stato aveva trasmesso un'intervista in cui il magnate era accreditato come un benefattore del paese e lo stesso Hisham Talaat aveva affermato che «l'Egitto è un paese dove la legge è rispettata. Indipendentemente da chi sono, i responsabili di reati devono essere puniti». Finora difficilmente questo è avvenuto: all'inizio dell'anno un ricco proprietario di una società di traghetti era stato assolto dall'accusa di negligenza per l'affondamento del Red sea ferry che aveva provocato la morte di 1.000 persone nel 2005, provocando la rabbia dei familiari delle vittime. Dopo l'arresto il titolo del Talaat Mustafa Group in borsa ha perso immediatamente 24 punti, senza recuperarli. Ma forse il problema maggiore è quello politico: l'arresto di Hisham Talaat, deputato del Pnd, il partito al potere, e vicepresidente del Comitato economico del parlamento oltre che presidente del comitato politico del partito, getta sicuramente una cattiva luce sul Pnd e sulla gestione di Mubarak. E forse anche per questo la richiesta di togliere l'immunità parlamentare a Talaat è stata accettata con insolita rapidità, del resto le prove delle intercettazioni telefoniche erano inequivocabili e una sua difesa ad oltranza avrebbe provocato reazioni contro il potere. Naturalmente bisogna anche tener conto delle pressioni internazionali e di Dubai in particolare. Ma forse alla base della decisione c'è anche qualche dissenso che andava maturando tra i Mubara k e Talaat. Il magnate pare avesse cercato di escludere Gamal Mubarak, il figlio del presidente, dai profitti del nuovo progetto Medinaty e abbia voluto punirlo per lo sgarro. Quando i riflettori saranno spenti e i conti potranno essere regolati in casa, si potrà vedere se un nuovo compromesso sarà maturato. E forse Talaat, che avrebbe avviato una trattativa con i Mubarak, potrà evitare la pena di morte e anche il carcere. E' tuttavia difficile che gli stessi favori possano investire anche il killer, un capro espiatorio può servire a mettere l'anima in pace. Anche se Ramadan è il mese del perdono.

Con la collaborazione dal Cairo di Valentina Frate

Il manifesto 11/09/08

September 07

Lezione di storia

Silvio Berlusconi assiste alla messa del Papa a Cagliari il 7 settembre '08: "Nessun esponente del nostro schieramento politico si è mai sognato di mettere in discussione la libertà di espressione sui fatti politici da parte dei rappresentanti della Chiesa. Né mai lo farà. Anzi, siamo profondamente grati al Pontefice e ai vescovi per i suggerimenti e le parole di incoraggiamento che ci hanno riservato in questa prima fase del nostro mandato di Governo. L'idea di una Chiesa del silenzio è frutto di teorie marxiste-leniniste"...
il miglior commento a queste affermazioni? eccolo:
 
vignetta
 
Ulteriore commento all'avvenimento è costituito da un articolo di marzo firmato da R. Rossanda dal titolo "La Chiesa al suo posto"...appunto!
 
"La Chiesa al suo posto"

di Rossana Rossanda ["il manifesto", 17-03-2008]

Che campagna elettorale! Poche idee, bassezze, graffi, scuse, perfino Vespa si annoia. [...] Non stupisce che nella generale piattezza tornino a brillare le religioni con i loro lampi lontani, ma la vicina tentazione di una nuova egemonia. Non tutte, intendiamoci, da noi si agita la chiesa cattolica apostolica romana, cujus regio ejus religio. Ratzinger parla dallo schermo ogni due giorni più la domenica, negli altri predicano i cardinali Bertone e Bagnasco. Degli altri culti approda in tv solo il Dalai Lama, ma perché perseguitato dalla Cina. Non ci arrivano le sue parole. Non la sapienza dell'ebraismo, non quella dei protestanti: la comunità ebraica italiana si fa sentire solo in politica, i secondi sono avvezzi a essere ignorati.
Silvio e Walter e Casini omaggiano più di ogni altro il Sacro soglio, ma con il ritorno del sacro hanno frascheggiato tutti. Politici e filosofi, maschi e femmine pensanti. Adesso che se ne vedono le conseguenze, più interventismo che spiritualità, proporrei alla sinistra di mettere fra le tre o quattro priorità un bel ritorno al laicismo.
Eh sì. Si finisca di traccheggiare con «laicità sì, laicismo no». E' una distinzione inventata da poco, che in parole povere vuol dire: la Chiesa ingoi la separazione dallo stato nei termini costituzionali, purché applicata «con juicio» e con i consueti strappi sottobanco, tipo esenzione dalle tasse e accomodamenti con la scuola privata . Ma ad essa lo stato deve riconoscere la competenza sulla sfera morale e del costume. Il bieco laicismo la nega, una laicità come si deve è tenuta invece a riconoscere l'autorità del papa su questo terreno.
Io penso che questa autorità non vada riconosciuta affatto.
[...]
Dalla secolarizzazione la chiesa cattolica apostolica romana non si è mai rimessa. Spento Giovanni XXIII è stato tutto un lento rimuovere quel che ad essa concedeva il Vaticano II. Con Ratzinger la rimozione è diventata precipitosa. Specie in Italia non deflette dal riguadagnare terreno. E' ridicola l'argomentazione che si fa perché il Vaticano ha la sua sede nel nostro paese. In realtà qui ha sede la classe politica borghese più cedevole d'Europa. Il Vaticano neppure tenta in Francia una incursione sulle leggi del 1905 (che sarebbero di utile lettura ai nostri politici) e Zapatero ha messo un alt secco al tentativo di intervenire sulle elezioni in Spagna. Da noi i governi ritirano le leggi appena i vescovi vi mettono il becco.
La vicenda dei rapporti italiani fra stato e chiesa è fin paradossale. Il fascismo ha fatto il Concordato nel modo più cinico: nelle scuole elementari si cominciava con una preghiera ma poi si propinava in tutte le salse una paganissima romanità. Dopo il 1945, il Concordato sarebbe stato abolito se il miscrendente Togliatti non avesse scelto di lasciarlo in piedi per timore di una guerra di religione che isolasse i comunisti, e fu un errore, la guerra ci fu lo stesso, i comunisti furono scomunicati. Sarebbe stato il cattolico De Gasperi ad arginare le velleità integraliste di Gedda, cosa che Pio XII non gli perdonò. Sempre paradossalmente fu Craxi, primo ministro socialista, a confermare e rimaneggiare il Concordato, mentre il credente e praticante Scalfaro fu l'ultimo presidente della repubblica a non inchinarsi al santo soglio. Poi c'è stato il diluvio. Alla morte di Karol Woytila, un capo di stato dietro l'altro finirono in ginocchio, mentre i leader dei partiti di sinistra scoprivano di essere andati a scuola dai salesiani. L'Opus Dei usciva con fragore alla luce dalla clandestinità e la signora Binetti transitava direttamente al Partito democratico.
Ecco dunque una bandiera da raccogliere da parte di una sinistra che voglia restare una cosa seria. Raccogliere bandiere lasciate cadere da qualcun altro ha un suono un po' sinistro, ma afferrare quelle sventolate della chiesa cinguettando con i vescovi è una patente regressione. Fino al ridicolo. Come definire altrimenti la decisione del comune di Roma di non celebrare unioni se non eterosessuali perché il Sacro Soglio è collocato sul suo territorio? Come lasciare che i vescovi mettano il veto a una legge del parlamento sottoposta a referendum senza invitare il Vaticano a restare al suo posto? Come assistere senza aprir bocca ai ripetuti tentativi di questo o quel primate di resuscitare il Non Expedit? Se è un affare interno della Chiesa affossare passo a passo il Vaticano II, umiliando una grande speranza dei credenti, sarà bene un affare interno dello stato legiferare senza interferenze sulla famiglia, sulla sessualità, sulla riproduzione, sul diritto di morire con dignità. Da questi terreni che ineriscono alla più intima libertà anche lo stato dovrebbe ritrarre il piede, rispettando le scelte della persona, e prima di tutto quella delle donne, da sempre ossessione e bersaglio d'una chiesa tutta maschile. Una grande mutazione sta venendo da esse e ne esce mutata anche la concezione della vita e della morte - uno stato moderno, attento, prudente segue questa evoluzione non lascia alla Chiesa di emettere una fatwa alla settimana. Certo, bisogna che abbia un'idea di che cosa sia un'etica pubblica, quella che matura discutendone in libertà e responsabilità, alle soglie del terzo millennio. Ma di questo i leader del «paese normale» non hanno cura.
Loro hanno i «valori». Meno stato più mercato per i beni, meno repubblica più Vaticano. I «valori» di Berlusconi, quelli di Veltroni, quelli di Casini, quelli di Emma Mercegaglia, quelli del cardinal Bagnasco. Se ne fa un gran parlare. Un «valore» accompagna ogni vassallata, ogni porcheria. Se mi si permette (e anche se non mi si permette), molti di noi ne hanno abbastanza. Inciampiamo a ogni passo in valori di latta, mentre si torna a guardare con più disprezzo che un secolo fa alla vita e alla libertà di chi lavora nel frenetico accendersi e spegnersi di migliaia di imprese senza regole. Assimilati ormai ai poveri, cui si deve al più un briciolo di compassione.
Se non è declino morale questo, travestito da affidamento ai principi della Borsa, della Confindustria e di oltretevere, la ragione non ha più corso.
 
September 06

LA SCUOLA NON E' UN GIOCO!

NON RESTIAMO INDIFFERENTI DI FRONTE A CIO' CHE SI VUOLE FARE DELLA SCUOLA PUBBLICA ITALIANA, LA NOSTRA SCUOLA!NON RESTIAMO INDIFFERENTI A QUESTO SPAVENTOSO IMPOVERIMENTO CULTURALE! 
 
Scuola pubblica, i quattro «toccasana»
Alba Sasso

L'obiettivo del terzo governo Berlusconi sulla scuola è ormai chiaro: impoverire in tutti i sensi la scuola pubblica che c'è (tagli di risorse, riduzione di insegnanti, maestro unico nella elementare, chiusura di scuole, riduzione di orario...) ma soprattutto deistituzionalizzare il sistema pubblico dell'istruzione. In altre parole considerare - e agire di conseguenza la scuola esclusivo servizio e non istituzione. Servizio a domanda individuale e non luogo della responsabilità dello stato nei confronti della formazione e della crescita delle nuove generazioni. E' questo il passaggio, la scelta di fondo, che cammina su quattro pilastri affogati nel dibattito di questa estate tra grembiulini, voti in condotta e quintalate di insulti sugli insegnanti, soprattutto meridionali. [...] I quattro punti di una politica dunque di destrutturazione e privatizzazione del sistema di istruzione sono: sussidiarietà, scuole trasformate in fondazioni, chiamata diretta degli insegnanti da parte delle scuole, abolizione del valore legale del titolo di studio.
 
[...] Trasformare le scuole in fondazioni, con interventi finanziari di privati e taglio dell'investimento pubblico, significa non solo creare una gerarchia tra scuole (visto che per le caratteristiche del capitalismo italiano i finanziatori privati ove mai decidano di intervenire lo farebbero solo in certe realtà e certo non a scopi filantropici - la vicenda Alitalia docet ), ma abbandonarne molte a un destino di marginalità. Pensiamo a tante scuole del periferie del nord e del sud. Altro che concorrenza! Perché nessuno è riuscito a dimostrare che la competizione tra scuole, anche in paesi di tradizione liberista, riesca a migliorare la qualità degli apprendimenti per tutti. Anche la chiamata diretta degli insegnanti da parte delle scuole - già prevista dalla legge Moratti e riproposta con determinazione dal disegno di legge Aprea - è una scelta di privatizzazione del sistema. Una chiamata su base fiduciaria colpisce la libertà di insegnamento, la responsabilità più generale del processo educativo. Il passaggio da un ruolo di dipendente pubblico (che oggi è quasi una cattiva parola) a quello di dipendente privato. Infine, ma questo sostiene Gelmini sarà il coronamento del processo riformatore, l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Tutti ne parlano come di un toccasana per il sistema formativo. In realtà poiché neppure nei paesi di tradizione anglosassone si accede al lavoro senza un titolo di studio la questione è un'altra o meglio altre due. Da un lato il problema di certificare le competenze acquisite e la qualità del processo di formazione. [...] D'altra parte, poiché possono rilasciare titolo avente valore legale solo strutture pubbliche autorizzate e accreditate, la cancellazione del valore legale potrebbe far fiorire enti formativi (scuole e università) con programmi e percorsi di istruzione fuori «norma».
 

In conclusione la privatizzazione del sistema serve a migliorarne la qualità, per tutti? I paesi che lo hanno sperimentato, come gli Stati uniti, escono con le ossa meno rotte dalle comparazioni internazionali? Perché Obama sente il bisogno di ribadire alla Convention democratica che uno dei suoi impegni sarà garantire un'istruzione di qualità a ogni bambino e assumere tanti insegnanti, riprendendo il progetto clintoniano del « nobody child left behind »? Perché sa, e lo ha detto, una cosa elementare. Che più istruzione per tutti serve a far crescere non solo l'economia ma la civiltà di un paese. In Italia invece torniamo allegramente indietro. Ci siamo dimenticati nel decreto Tremonti la riduzione dell'obbligo di istruzione? Viene meno col progetto della Gelmini non solo l'idea di una scuola inclusiva ma l'idea di una società inclusiva, solidale. Dove il merito non dipenda solo da dove si è nati e dalla famiglia in cui si è nati. Altro che istruzione come strumento di mobilità sociale. L'istruzione sarà di chi se la potrà pagare. I bambini della scuola elementare statale avranno meno ore , meno insegnanti e meno opportunità di imparare e approfondire. Proprio oggi che serve sapere di più in ogni età della vita. Ai tempi miei - dicono in tanti a cominciare da Piero Citati - andava bene così. Appunto. Ma siamo sicuri che questo non sia un pensiero regressivo, consolatorio, da nostalgici della maestrina dalla penna rossa? Mette paura l'indifferenza con cui il governo si confronta con questi problemi. Noi abbiamo bisogno di far cassa e questo conta. Lo stato non può spendere e se bambini e ragazzi saranno un po' più ignoranti ci pensino famiglie e privati a risolvere i problemi. Certo che la scuola italiana ha tanti punti di sofferenza e di difficoltà e che riflette perdita di senso e disgregazione sociale. Ma è insano cominciare, per voler riformare, a scardinare con ferocia uno dei punti di eccellenza del sistema italiano e cioè la scuola elementare. E' insano impoverire i punti più deboli del sistema, quelli che avrebbero bisogno di maggiore attenzione (dal sostegno ai soggetti diversamente abili, alla possibilità di una reale integrazione tra diversi). E'insano infine pensare che isole di qualità, ammesso che la qualità debba essere riservata a pochi, possano far funzionare meglio l'intero sistema. In un paese in cui più della metà della popolazione adulta ha solo il diploma di terza media. Si tratta allora di una scelta precisa, e insieme di una resa, destinata a approfondire sempre più insopportabili gerarchie sociali e culturali. Tutto questo è cattiva ideologia. Che tenta di giustificare la scelta di tagliare la spesa gettando discredito sulla scuola pubblica. Vada in giro ministra Gelmini per le scuole, si porti anche Tremonti, se crede. Cominci a conoscere questo sistema e questi insegnanti, poi potrà ricominciare a parlarne.

da Il manifesto, 04/09/08

September 01

metti una sera a cena...

oggi un post un po' meno "impegnato" del solito... in una serata già melaconicamente lontana dalla calda e caotica estate fatta di discoteche sulla spiaggia (che per fortuna hanno già chiuso i battenti) e lolite in minogonna e pseudo-top lunghi al massimo 10 cm., abbiamo festeggiato ieri sera il compleanno di florinda, ospiti della famiglia pizzutilo. riassumiamo i momenti salienti della serata:

IMGP1870

pasta "alla calabrese"... momento mooolto saliente della serata, complimenti alla cuoca!

IMGP1878

IMGP1883

IMGP1879

   foto di rito... se non si era capito, la festeggiata è quella con il sobrio cappellino inglese in testa...
 
Per il reportage completo consultare l'album a sinistra, thanks!

August 29

Un'estate al mare

vignetta

Il manifesto 29/08/08

August 25

L'Europa e gli sbarchi della speranza

L'Europa e gli sbarchi della speranza
Massimo Arcangeli

Risale a due anni fa la nascita di Fortresse Europe, una rassegna stampa on line (http://fortresseurope.blogspot.com) che registra puntualmente i casi di morte fra gli immigrati che abbiano tentato di raggiungere clandestinamente, con mezzi di fortuna, il Vecchio Continente; a partire da quei dieci morti e nove dispersi, nel lontano 1988, in un naufragio al largo di Cadice. Nel report mensile del gennaio di quest'anno il promotore dell'iniziativa, Gabriele Del Grande, anche autore di un agghiacciante «Mamadou va a morire», ci ha presentato il conto delle vittime: 11.852 le morti accertate, ben 8.165 delle quali di persone annegate nel mar Mediterraneo e nell'oceano Atlantico (nel tentativo di raggiungere le Canarie).
A leggere il rapporto di Del Grande pare di trovarsi di fronte a un bollettino di guerra. Per chi è in grado di riandare con la mente alla Seconda guerra mondiale non è solo un'impressione: con la costruzione del Vallo Atlantico, mai portata a termine, Hitler dichiarò di voler difendere dagli attacchi alleati proprio la «fortezza Europa». Quel fortilizio torna a essere ora preso di mira da un esercito di disperati che a qualunque costo, e tentando tutte le strade possibili, vuole superarne o aggirarne le difese; e l'idea di un'Europa assediata e invano protetta da invisibili mura di cinta, suggerisce ben più antiche vicende e suscita una paura più antica di quella vissuta e patita durante l'ultimo, sanguinosissimo conflitto tra le grandi potenze: la paura che alle bellicose e disordinate armate discese un tempo dal gelido nord, sotto la cui crescente pressione il limes romano alla fine cedette, si siano sostituite ondate di nuovi «barbari». Portati fino a noi dagli inarrestabili flussi migratori provenienti dai paesi poveri dell'est e del sud del mondo, spinti dalla fame o dalla prospettiva di una vita migliore, e accusati di essere interamente digiuni dei principi e valori occidentali, alimentano per soprammercato un'altra vecchia paura: quella dell'inarrestabile declino demografico che minaccerebbe il nostro continente. Familiare ai popoli europei dello scorcio del secolo XIX, esplode ogniqualvolta una civiltà tema di essere contaminata, colonizzata o spazzata via dai flussi di popoli «invasori» che si abbattono sul suo territorio. Il ragionamento è semplice. I nostri figli sono sempre di meno? Gli stranieri sono sempre di più? Inutile farsi illusioni: se non faremo qualcosa presto scompariremo.
Per quanti sforzi si tentino per provare a arginarle, le ondate migratorie saranno sempre più frequenti e massicce.
Soltanto l'educazione a un'autentica cultura dell'accoglienza può consentirci di affrontare il problema con serietà e maturità, può metterci in condizione di reagire alla destabilizzante sensazione di sentirci costantemente sotto assedio. La strada da fare è però ancora molto lunga e dobbiamo percorrerla tutti insieme. Castelletti e fortilizi, reticolati e muri divisori, recinti e fossati, causa anche la generale insicurezza provocata dal terrorismo globale, sono tornati a spuntare come funghi un po' dappertutto nel mondo.
Le città vedono progressivamente sgretolarsi la loro tanto faticosamente raggiunta unità, che un tempo le rendeva sicure e le preservava dagli assalti del «contado». Da una parte la protesta sociale che esplode violenta negli ambienti metropolitani; i quartieri-ghetto in cui si concentrano numerose, nel vecchio continente e altrove, le comunità di immigrati; l'affiorare del preoccupante fenomeno sociale delle famigerate Fagin gangs londinesi (dal nome dell'odioso sfruttatore scolpito da Charles Dickens in Oliver Twist): agguerrite bande di borseggiatori bambini, soprattutto romeni, venduti a gente senza scrupoli e ridotti in schiavitù. Dall'altra le gated communities di megalopoli asiatiche e americane, Bombay e Calcutta, San Paolo e Rio de Janeiro, Lima e Città del Messico, che sembrano rispolverare a loro volta le cittadelle fortificate medievali e cominciano a modificare anche il panorama urbano europeo: alte mura di protezione, provviste di filo spinato e sorvegliate dall'occhio vigile di telecamere o guardie private (armate fino ai denti), proteggono i ricchi residenti da un territorio urbano colmo di insidie. Un fenomeno che fa riandare con la memoria «all'incastellamento», studiato magistralmente da Pierre Toubert per l'Italia dell'età di mezzo: la straordinaria proliferazione in ampie aree dell'Europa occidentale, fra il IX e il X secolo, di luoghi fortificati.
In un articolo sul New York Times (4 marzo 2007) un critico di architettura, Nicolai Ouroussoff, ha mostrato i segni tangibili delle trasformazioni subite dal paesaggio, urbano e non urbano, all'indomani della tragedia dell'11 settembre. Se fino a pochi anni prima gli architetti sembravano assolutamente convinti che la globalizzazione e l'apporto delle nuove tecnologie in campo informatico e edilizio avrebbero aperto definitivamente la strada alla «fluidità» e alla «trasparenza» ambientale, il crollo delle Torri Gemelle ha fatto registrare una decisa inversione di tendenza. Sponsorizzate dagli attentati terroristici, e dalle paci «armate» nei luoghi caldi del pianeta, si sono riaffacciate prepotenti la cultura e l'ideologia del muro e i suoi degni simulacri: le lastre alte 12 piedi della Green Zone di Baghdad, la cittadella fortificata che recinta l'ambasciata americana le Nazioni unite e alcune sedi istituzionali iraqene e che il governo di Nuri al Maliki ha annunciato di voler smantellare entro l'anno; il muro di otto metri e mezzo eretto a Abu Dis, un serpentone di cemento e filo spinato, lungo centinaia di chilometri, che divide Cisgiordania e Israele; le barriere protettive, anch'esse costruite in cemento, che cingono l'ambasciata america nello storico quartiere londinese di Grosvenor Square; le colonnine di sbarramento al traffico allineate davanti alle grandi sedi aziendali in Park Avenue a Manhattan; le panchine e i tubi ricurvi in acciaio disseminati sulla piazza antistante il quartier generale del Distretto 7 del Caltrans (il Dipartimento dei trasporti californiano) a Los Angeles, progettato e realizzato dalla Morphosis di Thom Mayne, che ha l'aspetto di un maniero minacciosamente incombente sul visitatore.
Intanto gli sbarchi continuano e le tragedie in mare aumentano. Per molti anche il semplice avvistamento delle mura della «Fortezza Europa» resta un'impossibile chimera. Per chi riesce a avvicinarle la speranza che qualcuno continui almeno a calare, dall'alto dei loro inaccessibili merli, una corda di salvezza.
 
Il manifesto 20/08/08
 
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